Urutáu
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  • Una brezza sfiora il volto di Urutàu
    gli uccelli cantano fra gli alberi
    di giorno e di notte
    Urutàu li ascolta, li vede
    Coglie i frutti, deve tornare al villaggio.
    Deve tornare dai suoi.
    Ma che lo impedisce?
    Otto o dieci uccellini di colore azzurro
    si cullano sui rami di un albero.
    Un coro di penne increspate
    di becchi socchiusi.
    Cresce il cinguettio.
    La danza dei Tangaràs
    Tutti intorno
    Le palme, gli embirugù
    i ficus. il tururì,
    il suo legno sottile
    della maschera dello sciamano Urutàu
    lo fa volare lontano, fino al cielo
    I pensieri fluiscono nel vento
    nell’alba silenziosa
    Volando a capo eretto
    nella foresta immensa.
    E passa sopra gli alberi
    sopra gli igarapés.
    gli igarapòs
    le pianure tranquille
    ode un fragore: la pororoca
    dove il gran fiume s’incontra col mare.
    Chiama Yara, uyara, ayara, boiagù
    la madre d’acqua dà forza
    al suo volo
    Cresce il verde, le foglie tormentate
    Dipinto il capo di bianco con tabatinga
    e le gambe di rosso con urucù
    Abbandona l’anima umana:
    Urutàu è un uccello
    le sue ali palpitano, fremono
    Canta lungo la notte fino all’alba
    quando rallegra l’inizio
    del giorno. Poi in una valle
    fra i monti ascolta un torrente
    Non scende più, rimane in alto
    Vola, vola Urutàu
    Non temere di spezzarti
    le ali contro le vette
    Respira gli odori dell’aria.
    Porta ancora: collane di conchiglie
    molluschi e sonagli
    della sua identità umana.
    Dal villaggio lo chiamano:
    «i suoi nemici hanno piedi
    e non lo raggiungono
    hanno mani e non lo afferrano
    frecce e lance si spezzeranno
    prima di arrivare al suo corpo».
    Quando Urutàu passa, la terra
    sembra aprirsi: il suo pensiero
    è un seme che mette radici
    e tesse fiori, canti delicati
    la natura s’avvolge di silenzio
    s’azzittiscono gli uccelli
    un vento caldo soffia sulle rive
    le nubi s’accostano
    s’inclinano i rami
    un flauto immenso chiama
    da sotto terra.
    Urutàu chiama i frutti amici
    goiaba, cajà, manga, mangaba
    muricì, pitanga, jenipapo
    pitomba, jaboticaba, jatobà.
    Dalla cima di un grane albero
    Urutàu vede per l’ultima volta la foresta.
    Nuovi odori impregnano l’aria
    il mucura ruba il fuoco
    La lotta con il vento accentua l’ansia
    Urutàu dalla cima dell’albero grida al villaggio:
    «Venite, venite a vedere»
    nessuno ascolta, nessuno risponde al richiamo
    L’uccello attraversa regioni di verde
    stretti deserti, di nuovo il verde
    di nuovo il deserto
    sono gialle le acque
    incendi, nuvole e fumo insieme
    i bulldozers invadono
    avanzano, luci lo abbagliano
    pensieri feroci lo trapassano.
    Dalla città si levano immondizie
    toccano le sue piume
    foglie, lettere vecchie
    fiori di alluminio e di carta.
    Scesa la notte Urutàu
    sceglie il nuovo territorio
    non più eterno, vivrà giorno per giorno.
    Urutàu uccello disperso,
    il tuo bosco è tra i grattacieli
    tra i muri di cemento
    è il tuo nido.

    Márcia Theóphilo – 1986