Prefazione di Ruggero Iacobbi
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  • La poesia di Márcia Theophilo può sembrare al lettore italiano, a prima vista, un esperimento d’avanguardia nel puro senso grafico e formale. In verità, ogni conoscitore della letteratura brasiliana può dire con immediata chiarezza che qui siamo al di là dell’avanguardia, cioè dopo il gioco puramente grafico del concretismo e la stessa costrizione formale della poesia-praxis, che applicò alla concretezza storica. un procedimento astrattizzante. Marcia vede il tempo come un succedersi di oppressioni e di sfaceli, ed organizza lo spazio in attesa di una libertà totale. In lei l’avanguardia non è anarchia, ma volontà di un ordine, di un ordine autre; che nasce dal grado zero dell’espressione, non in quanto semplicità primitiva ma in quanto deliberata ricerca di un punto in cui confluiscano le, matrici culturali di una vita che vuol essere nuova. Cioè, la sua scommessa non è sulla «fine dell’arte», come piace al mito regressivo -ed estetizzante dei nostri apocalittici, bensì sul ritrovamento del punto bianco, del punto naturale ove anche «l’arte» potrebbe rinascere, previa rinascita o ricostruzione della coscienza dell’uomo.
    Fin dalla prima pagina ci salta agli occhi l’eterna controversia / tra ciò che siamo / e ciò che vogliamo essere, cioè il conflitto tra la morte che in noi si finge vita e il dolore creativo di un altro tempo, di un’altra gioia. Abbiamo tutti gli stessi problemi in comune, abbiamo caratteristiche diverse, pres-sate dal sistema, ma siamo incredibilmente simili l’uno all’altro. Questa somiglianza è (dialetticamente) positiva e negativa: infatti siamo simili perché livellati dalla forza del consumismo e dei messaggi di massa; ma siamo simili anche perché uomini di sofferenza e di lotta, che in -ciò ritrovano il modo di superare l’individualismo e forgiano un’immagine comune, prefiguratrice dell’essere futuro.
    Si tratta dunque di mettersi al di là del livello razionale-scientifico non per negazione della ragione, ma per negazione dell’uso alienato della ragione.
    L’alienazione non è uccisione dei sentimenti o degli istinti, è canalizzazione abile e meccanica di essi; ugualmente, la vita dei sentimenti e degli istinti non è la negazione della mente costruttrice del mondo, bensì un suo fondamento, senza il quale tutto sarebbe vuota astrazione, schema a disposizione dei padroni della terra e della legge. L’irrazionale è -il solo fondamento del razionale, e viceversa, se dialettica è dialettica: e già il metterli a contrasto è un’astuta trappola critica di chi non riesce a liberarsi dei due parametri (classico, romantico; illuminista, surrealista) di una vecchia cultura.
    Dopo le alte determinazioni psicologiche e storiche di Drummond, dopo la teogonia allucinatoria di Murilo, dopo il silenzio avaro e calcolato di Cabral, la poesia brasiliana si è persa in giochi di melodia e d’in-canto, oppure si è determinata nello spazio della pagina cifrata e geometrizzata. Márcia esce da questo impasse, ritrova – pur nell’utilizzazione di tutte le lezioni moderne – la sua sostanza di donna del popolo, di donna appartenente alle oscure matrici, -alle perpetue tensioni, in cui il popolo fonda il suo postulato di libertà.
    Il gesto del poeta è magico: senza nemmeno toccare i portoni, essi sii sciolgono al contatto della sua presenza Arriva, e la pioggia sale invece di scendere: le pareti si dissolvono al suo sguardo. Tutti gli elementi – acque, foglie, pietre – obbediscono al nuovissimo Orfeo; ma non è più l’Orfeo lusitano e cattolico di Jorge de Lima, è una sorta di stregone naturale, un tropeiro di greggi disperate, cariche di sogni, da nord a sud di un continente di spasimi. Márcia conosce in sé l’avventura del retirante che dai paesi della secca arriva (quando arriva) alle grandi città. Il grattacielo, che pareva il paradiso dei miraggi, sì rivela prigione. Allora egli pensa che tutto il mondo è prigione. Ma in -fondo al cuore egli sa che non è vero, non può essere vero: la memoria dei grandi spazi è allo stesso tempo presagio di uno -spazio più reale, di qualcosa che l’uomo ha :conosciuto al principio e tornerà a conoscere per la sua stessa invitta natura.
    Così natura e storia si conoscono e s’incontrano, la poesia è allo stesso tempo calcolo febbrile della parola e obbedienza alle pulsioni della massa, dell’entità ecumenica dì cui siamo appena simbolo e figura. Giorno e notte esistono entità primarie. Ma l’eterno, il durevole non è consolazione, non è pretesto trascendentale: proprio nel gesto primario dell’orgasmo è il moto che scoprirà l’uomo nuovo. Naturalmente, però, i fantasmi. le larve del surreale si presentano e tornano: non fosse il Brasile il luogo predestinato degli incontri con l’animismo africano, con la memoria estatica degli indios!
    I corpi entrano em outromundo, appartengono al cosmo, lasciano cadere la memoria della voce, s’inseriscono in una luce astratta. Ma chi è lucido « non è morto »: la lucidità è conquista spaziale, tanto quanto è premessa terrestre. Solo i nemici dell’uomo possono pensare che l’astrazione cosmica sia il contrario della libertà interiore della -costruzione storica. L’uomo vero, nella sua semplicità, è pienamente universale e genera poesia per una energia antica capace di raggiungere la quarta dimensione: non abbandona il «quotidiano-triviale» in nome dei sogni, ma -si pone contro la sua volgarità per fondare un quotidiano diverso, dove anche i sogni abbiano il loro luogo. La proibizione di sognare non è forse la più dura condanna a cui il sistema ci ha sottoposto? Dunque anche il sogno è rivoluzionario, come avevano visto Breton e Artaud, in un tempo ch’era ancora di illusioni.
    Dunque non deve farci meraviglia il fatto che Márcia utilizzi formule esoteriche come quella -del corpo astrale: esse assumono nella sua pagina un segno diverso. L’idea della « implosione » è terribile, coinvolge anche questi antichi messaggi della religiosità. Essa però perde, in Márcia e in genere nella sua generazione, gli antichi connotati reverenziali diventa il lato interiore della forza che rinnova anche il mondo esterno, della grande protesta vitale.
    Abbiamo commentato p.asso passo la prima parte del breve e densissimo libro, ed ora ci troviamo alle prese con le suggestive Andanças. E chi tradurrà mai questa parola? Andamenti ed erramenti; vagabondaggi e fughe; ricerche e permanenze; visioni e previsioni. Camminare per il Brasile è, per il retirante, scoprire l’immensità della propria :solitudine; camminare per l’Europa e per il mondo è, per ogni fuggitivo, per ogni esiliato,scoprire che la solitudine non è soltanto sua, è la sentenza che pesa su ogni uomo; e da cui solamente la famiglia nuovamente riunita degli uomini potrà svincolarsi. Le Andanças di Márcia hanno questo duplice senso di disperazione e speranza: disperazione individuale, speranza della specie.
    La gente è assassinata. Le mani mercenarie dell’imperialismo consumano ogni giorno il delitto. La tortura risponde al pianto, la stessa marcia in avanti è fatta di lacrime. Sudore e canzoni accompagnano il travaglio del proletario.
    In Márcia rivedo questa certezza, che fu di tutti i miei anni di Brasile, e che le sottili distinzioni dei nostri profeti spesso cancellano.
    La serie delle varianti del rosso diventa (o ridiventa) la serie delle varianti della fame. Il sangue si fa luce agli occhi dell’uomo svenuto dopo la tortura. Si apre il gioco delle nuove generazioni sotto il peso delle « idee-lotte ». Ma il grido non può rimanere chiuso nel petto e nelle viscere: ha bisogno della piazza, deve esplodere nel tempo dell’azione. Gli Dei hanno lasciato le strade; rimangono uomini che ringoiano in fretta le loro lacrime, che ritrovano l’amore totale, quello che non si vende a rate.
    Qui le immagini della città, del mondo retto dalle istituzioni, diventa kafkianamente sinistro: esseri Incomprensibili avvitano e svitano i loro volti sui colli meccanici, mostrano una calma assurda, ripetono meccanicamente il gioco; ma la vibrazione grigia del dolore è avviso d’altri disastri. La città, la notte sono questa continua confusione di passato e presente: l’uomo cosciente continua ad aprire le maschere di latta, col suo apriscatole razionale; e da quelle superfici metalliche sgorga all’improvviso un liquido sconosciuto, forse il. sangue umano, mentre si leva il grido dei veri pensieri finalmente esposti all’aria pura. E la nausea è vinta. La religione pubblicitaria, banditrice -di nuove guerre, non può più ingannarci. Il pezzo narrativo di Márcia (ricordo dei suoi precedenti racconti del volume “Os convites”, 1971) si appunta su un uomo fermo all’angolo della strada, -che fuma indolentemente una sigaretta. Ma egli sa che ogni. tortura comincia in una decadenza, e che la decadenza ha radice in noi stessi: dobbiamo contrapporre a questo male la forza dell’attesa, nella quale anche la coscienza apparentemente rassegnata continua ad ascoltare, a moltiplicare il grido: e tanto peggio per chi non l’intende (Márcia non saprà mai, non potrà mai capire, come tocchi a fondo nell’animo questo tema dell’attesa uno come me, abbastanza vecchio da aver vissuto l’avventura della poesia ermetica negli anni del fascismo). E la vita quotidiana si sparge sulla pagina coi suoi semplici, strazianti incanti: le voci dei pregões (le ghiottonerie per i bambini, l’acqua -di cocco) hanno di nuovo la grazia che avevano n.elle -citazioni di Mário de Andrade, e di Manuel Bandeira… Ma, in quella vita, le donne che rappresentano? Volti allucinati, fatiche indecifrabili: sembra che non vivano, che si limitino a deambulare. Márcia ha scelto un altro destino: più pesante, o ugualmente pesante, comunque non privilegiato.
    Perché siamo legati dalle ragnatele del tempo: perché l’acqua che beviamo è avvelenata: perché il programma della vita contiene in sé la scheda perforata delle umiliazioni. E a liberarsi di tanta viltà, le parole non bastano. Tutto è feroce. Ogni piatto che serve a calmare la nostra fame è un compromesso col nemico. Bisognerebbe vivere in una inanizione celeste, assoluta: come ali antichi profeti del deserto. Non mancano di questi incubi mistici o ascetici nella coscienza rivoluzionaria del Terzo Mondo: che è, appunto, l’incontro di tutte le religioni passate con tutti i possibili regni della ragione, e perciò sfugge al gioco ideologico delle nostre strutture rigide. Il brasiliano lotta per la libertà perché è libertà egli stesso; per storia. Non soltanto il cervello, non soltanto la mano, dice Márcia, fondano l’azione: ‘impariamo a vivere con tutto il corpo Lo stesso artista è- qualcuno che «sente di più nella pelle quello che sentono tutti» ma «non si pensi che è un uomo diverso dagli altri». Perciò è uomo d’azione, identico al rivoluzionario: più preoccupato dalla vita che dalla morte. E ha i suoi momenti di melodiosissima pena, come Márcia quando si lascia Scappare il sospiro «que pena deixar minha gente« dove bisognerebbe prendere la chitarra e cominciare una toada d’infinita nostalgia e di accorata consolazione. Anche la coesistenza di poesia e pittura, poesia e musica, è un segreto brasiliano.
    Con le sue mani di tupinambá, di erede degli eroi di Gonqalves Dias, Márcia percorre la via dell’esilio, portandosi dietro il Brasile e dicendo addio; fino alla stupenda pagina finale, dove sono accumulati i dati quotidiani dell’allegria e dell’erotismo brasiliano, ma sapendo che all’ombra di quel sole vi sono segreti e torture. Che destino -sarà riservato a questa camminatrice coraggiosa, a questa gioventù indomabile? Non sappiamo: ciò è scritto nella sanguinosa storia del mondo. Ma intanto ella continuerà a -dare poesia, a fornire testimonianza, in un modo personalissimo; perché anche di questo ella presenta un esempio: di una parola engagée, che non per questo ha timore di -essere letteratura. Rassegnarsi al cartellone di propaganda, è regalare la cultura al nemico. Márcia fonda in -se stessa la ricerca, il tormento della forma. E poco importa se non tutti i risultati sono alla stessa altezza: resta il fatto che il Brasile diventa mondo grazie anche al suo messaggio, e che nel mondo e nel Brasile c’è questa voce indomabile.

    Ruggero Jacobbi