Prefazione di Grazia Francescato
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  • Un infinito albero d’acque. Dita di liquido verde erranti nel verde iperbolico della foresta, mosse dal fluido disordine dei sogni Così mi apparve per la Prima volta il Rio delle Amazzoni dal finestrino del Fokker che mi portava nel febbraio del 1989 alla storica riunione dei popoli indigeni dello Xingú, ad Altamira: incontro che avrebbe attirato sull’Amazzonia in fiamme (ben 9500 incendi nell’88, anno record dei roghi) gli occhi ansiosi dei mondo.
    «La foresta e i fiumi sono i nostri organi esterni come il cuore e i Polmoni sono quelli interni», così sussurrò accanto a me José Lutzemberger, Padre fondatore dell’ecologismo brasiliano e antesignano delle battaglie in difesa della foresta amazzonica.
    Quando l’aereo cominciò a fluttuare sui riquadri devastati dagli incendi e dai tagli, sparsi qua e là nell’ancora sterminato manto vegetale che Parevano strisce di pelle cui qualcuno avesse brusca strappato un cerotto, sulle colline solcate dalle cicatrici rosso-sangue delle strade appena aperte nella vegetazione; e d’improvviso si spalancò, come un immane San Bartolomeo scorticato, una distesa di colline spellate dal fuoco, con i muscoli a nudo, capii d’un soffio e per sempre che le parole di Lulzemberger non erano retorica. Sì, era vero: la Terra è davvero Gaia, organismo vivente che soffre e che sente (come suggerisce lo scienziato inglese James Lovelock nella sua controversa Teoria di Gaia, sostenendo che la biosfera agisce come un unico sistema vivente, da lui battezzato con il nome della Dea greca della Terra).
    Il Primo messaggio che la foresta mi inviò fu esattamente quello che Márcia Theóphilo affida ai bambini-giaguaro, protagonisti della sua splendida epopea, fluttuante e ramificata come i fiumi dell’Amazzonia: «Ciò che vive nella foresta e dentro la Dea». E la Dea è in tutti noi. Non c’è dunque differenza tra animali e piante, tra i bambini e gli animali, tra noi e la natura. Ogni cosa si trasforma in ogni altra, in una perenne e magica metamorfosi che è stata per millenni – e in parte ancora oggi rimane – della visione del mondo indigena.
    Una visione del mondo che l’uomo occidentale rischia di cancellare per sempre: non solo con la distruzione fisica della foresta tropicale, forziere che raccoglie oltre il 50% della ‘biodiversità’ (varietà delle specie animali e vegetali) del pianeta, ma anche con l’annientamento della ‘biodiversità’ culturale, delle tante diverse ‘letture dell’universo’ che le etnie indigene hanno così a lungo conservato. Natura e memoria cancellate insieme, non a caso.
    Contro questo crimine ultimo, la Dea-Giaguaro, evocata da Márcia, mette in campo l’esercito più fragile ma più potente del mondo: i bambini-animali, suoi figli, sospinti dai bulldozers e dal fuoco devastatore verso le giungle urbane che nel Duemila ospiteranno la maggioranza delle popolazioni del Brasile e di tutto il cosiddetto Terzo Mondo.
    I bambini delle favelas e delle ruas, che si riuniscono in disperate ma compatte ‘tribù di strada’, per difendersi dalle ‘nuove belve’ nella ‘inumana foresta’ della città. Il popolo dei bambini che, nelle speranze di Marcia e nostre, da qui comincerà la sua rivolta, «la sua denuncia dello stravolgimento del Mondo».
    Sogno d’una poetessa-giaguaro, capace nella sua poesia di entrare in ogni essere vivente, di volare con il falco reale e saltare nelle onde con il boto vermelho, il fatato delfino rosa del Rio? Utopia di una figlia della Amazzonia che all’anima della foresta chiede aiuto per far fronte allo snaturamento del mondo?
    No, molto di più. Poiché gli occhi dei poeti veri sono «luce e memoria», come quelli della Dea-Giaguaro, in questo sontuoso poema fluviale Marcia Theóphilo addita un cammino, una direzione di rotta.
    E non è dunque una coincidenza, non e un caso se lungo il sentiero che porta dalla foresta dei colibrì alla giungla urbana i bambini-giaguaro stanno già trovando solidali compagni di strada. Per esempio, il WWF. Che negli anni scorsi è stato tra i più attivi nel promuovere la campagna di difesa delle foreste tropicali (…)
    «Una rivoluzione poetica, una rivoluzione di coscienza», scrive Márcia. I bambini-giaguaro non partono «all’attacco di qualcosa, ma a difesa della vita, di tutta la vita».
    «Forse qualcuno li sentirà», conclude la poetessa. Sicuramente lei li ha già sentiti, e fa sentire a noi. E poi? Non basterà diranno gli scettici. Chissà: il giaguaro è silenzioso, nessuno lo sente nella foresta. Finché non spicca il salto, e allora scuote il cosmo.

    Grazia Francescato
    Presidente WWF Italia