MAPINGUARI
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  • Lontano, fra il fiume e il mare, l’isola sogna,

    isola di carne fluttua: Nayá

    percorsa di umori e di sangue,

    le sponde dorate si disfano,

    annegano pensieri d’amore.

    Nayá s’annera di nuvole,

    salgono dalla flora disperata,

    ma il sole ne riaccende i colori,

    il vento muta la foglia in uccello.

    Nayá fra le braccia del fiume, il mare è un’onda

    lieve di piume e desideri,

    il cielo sfiora la sua pelle

    manto verde e azzurro.

    Mapinguarí la guarda,

    lo abbagliano le luci, i colori,

    geloso del sole, allucinato,

    cresce immensa la sua ombra nera.

    Allora il sole manda Tupá, dio del fulmine,

    che colpisce Mapinguaríspartendolo in due:

    una parte affonda nella terra e scompare,

    l’altra parte per vendetta distrugge.

    Incendia i boschi, uccide gli animali,

    porta larve e putrefazione;

    ancora cresce la sua ombra

    per coprire il sole

    che illumina i capelli di Nayá.

    Il vento soffia: alberi e foglie

    sono fornaci che crepitano,

    il fuoco è un mare indomabile,

    laghi e cascate esalano ardenti vapori.

    Mapinguarí non vede, non ascolta,

    la vendetta lo acceca, lo assorda.

    Nayá, isola di carne, vaga sperduta,

    non ha radici, nessuno più la raggiunge:

    quando amava un fiore nasceva nel suo ventre,

    nel suo corpo di muschio.

    Ora l’isola fugge, si perde,

    è la morte che invade la sua linfa,

    ne fa un deserto senz’ombra.

    Mapinguarí, compiuta la vendetta,

    sprofonda nella terra.